IL CREPUSCOLO DEGLI DEI: Alcaraz, Ferrero e il prezzo dell'emancipazione
- giorgio gaudio
- 18 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Nel tennis, una delle discipline sportive più solitarie e spietate che l’uomo abbia mai concepito, il box del coach non è una semplice panchina, bensì un’estensione dell’anima del giocatore, che intravede nel suo “angolo” l’unico faro capace di illuminare il buio di un quinto set quando le certezze crollano sotto il peso di un break decisivo. Per sette anni, Carlos Alcaraz e Juan Carlos Ferrero hanno rappresentato l’archetipo di questa perfezione simbiotica: un cordone ombelicale che ha nutrito il talento di disciplina, trasformando la fragilità di un adolescente di Murcia in una corazza da numero uno del mondo. Ma oggi, quel faro si è spento, lasciando il circuito in un silenzio assordante e aprendo una ferita che va ben oltre la cronaca sportiva.

L’Artigiano e il Diamante: La genesi di Villena
Per comprendere la portata di questo addio, dobbiamo riavvolgere il nastro al 2018. Immaginate un ex numero uno del mondo, un re del Roland Garros, che decide di lasciare i riflettori e i contratti milionari del grande circuito per rintanarsi nell’umidità e nel silenzio della "Equelite Academy" di Villena. Lì, tra campi di terra battuta che sanno di fatica antica e pasti consumati in silenzio, Ferrero trovò un ragazzino di quindici anni con le gambe troppo veloci e il cuore troppo grande.
Non è stata una collaborazione professionale, ma una vera e propria gestazione. Ferrero, infatti, non ha solo insegnato ad Alcaraz il rovescio lungolinea o la smorzata millimetrica; gli ha insegnato l'educazione alla fatica e la religione del sacrificio. Insieme hanno scalato l’Everest del tennis moderno: dai primi titoli nel "purgatorio" dei Challenger fino all'oro di sei Slam e al ritorno sul trono mondiale in questo magico 2025. Juan Carlos è stato l’architetto che ha saputo dosare i freni, colui che, dopo ogni trionfo, non ha mai permesso al suo pupillo di sentirsi "arrivato". Le sue lacrime dopo la finale degli US Open 2022 o l'abbraccio dopo l'epopea di Wimbledon 2023 non erano per il trofeo, ma per il compimento di un percorso umano. Ferrero ha scartato progetti d'élite per scommettere su un bambino prodigio, trasformando i sogni di Murcia in una realtà globale.
Il Terremoto del 2025: Quando l'oro sporca il sentimento
Ma se il successo si costruisce con il sentimento, spesso si sgretola sotto il peso di un realismo brutale che non accetta deroghe. La notizia della rottura, arrivata come un fulmine a ciel sereno proprio mentre la preparazione per il 2026 entrava nel vivo (16 dicembre 2025), scuote il sistema perché avviene nel momento di massimo splendore tecnico e atletico. Carlos chiude l'anno da numero uno, con otto titoli in bacheca, eppure il giocattolo perfetto si è rotto.
Dietro i comunicati social carichi di affetto ("Mi hai fatto crescere come persona", scrive Carlos), emergono dinamiche che profumano di "ragione di Stato" e logorio manageriale. Le indiscrezioni che filtrano dalla Spagna — da Cadena COPE a RNE Deportes — disegnano un quadro di tensioni latenti tra il clan Alcaraz e lo storico coach. Da un lato, la volontà del padre, Carlos senior, di centralizzare il progetto a Murcia, potenziando la propria struttura e sradicando definitivamente il figlio dal feudo di Villena. Dall'altro, l'insormontabile ostacolo economico. In un anno in cui Alcaraz ha incassato quasi 20 milioni di dollari solo di prize money, la rinegoziazione del contratto si è trasformata in una guerra di cifre. Si parla di divergenze sulle percentuali dei premi e di un mancato accordo per il 2026 che ha agito come "l'ultima goccia" in un vaso già colmo di spigoli. La frase di Ferrero, "Mi sarebbe piaciuto continuare", è una ferita aperta che conferma come la decisione sia stata una scelta del giocatore e della sua cerchia, non una separazione consensuale. È, tristemente, la vittoria dei centesimi sul romanticismo sportivo.
L’incognita del "Nido Vuoto" e la sfida della maturità
Ora per Alcaraz inizia l'era dell'incertezza. Samuel López, l’uomo dell’ombra che ha appena condiviso con Ferrero il premio di "Coach of the Year" dell'ATP, prenderà le redini per l'Australia. Ma la domanda che ogni appassionato si pone è: chi avrà la forza morale di essere per Carlos ciò che Juan Carlos è stato? Chi avrà il coraggio di dirgli "no" quando le luci extra-campo diventeranno troppo abbaglianti o quando la programmazione delle esibizioni diventerà troppo onerosa per il fisico?
Ferrero era il garante del sacrificio; era colui che, nel famoso docufilm, rimproverava al suo pupillo una condotta non impeccabile, ricordandogli che "se vuoi essere il migliore, non puoi permetterti certe cose". Senza quella voce autorevole, capace di anteporre il bene dell'atleta alla convenienza del manager, Carlos rischia di scivolare verso quella zona di comfort che è la nemica numero uno dei grandi campioni. Il passaggio dalla "fase protetta" alla "fase aziendale" è un salto nel vuoto che ha già tradito molti talenti in passato.
Conclusione: L'ultima diapositiva
L'immagine di Ferrero e Alcaraz che ridono a bordo campo rimarrà la diapositiva di un'epoca che ci ha fatto credere che il tennis potesse ancora essere una storia di padri e figli, non solo di agenti e percentuali. Il futuro di Alcaraz resta un'incognita affascinante: ha il talento per vincere ancora decine di Slam, ma lo farà con uno spirito diverso. Quel profumo di terra battuta polverosa di Villena, quel silenzio surreale interrotto solo dalle urla di incitamento di un mentore che aveva dato tutto, non tornerà più.
Carlos ha scelto di camminare da solo, di spezzare il cordone per diventare, forse, un uomo più consapevole delle sue scelte economiche e logistiche. Ma il tennis perde oggi la sua famiglia più solida, e noi restiamo con il dubbio che, lassù in cima al mondo, l'aria sia diventata troppo sottile per respirare ancora quel romanticismo che ci aveva fatto innamorare di questo binomio. La bussola di Villena è stata riposta in un cassetto; vedremo se Alcaraz saprà navigare nell'oceano del successo senza perdere quella rotta che lo ha reso, prima che un campione, un esempio di umiltà.
Giorgio Gaudio




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