ITALIA : resilienza e sudore
- giorgio gaudio
- 5 giorni fa
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Aggiornamento: 1 giorno fa
Domenica 23 novembre è una data che rimarrà impressa, non solo per la ripresa del campionato dopo la sosta nazionali e per il fascino del derby della madonnina tra le due compagini Milanesi, ma per la vera e incommensurabile gioia sportiva che ci è giunta da Bologna: l’Italia del tennis ha sollevato per il terzo anno consecutivo la Coppa Davis.

Questa non è una semplice vittoria, bensì l'apice di un'impresa costruita sulla resilienza e sul lavoro di squadra. Giunta alle Finals senza i suoi migliori rappresentanti – e qui il riferimento alle pesanti assenze di Jannik Sinner e Lorenzo Musetti è d'obbligo – la squadra capitanata da Filippo Volandri ha impartito una lezione magistrale: l'attaccamento alla maglia e il sudore valgono più di qualità tecniche, statistica e classifiche.
Si temeva che la mancanza dei nostri assi potesse esporci a diversi ostacoli, ma gli Azzurri hanno trasformato la difficoltà in un catalizzatore di energia collettiva. Quella che in molti vedevano come una debolezza si è rivelata la nostra forza più grande, la dimostrazione che il nostro movimento non è affatto "sinnerdipendente" ma, anzi, trainato da una generazione di tennisti pronti a dare l’anima per la bandiera.
Anche i nostri avversari, la Spagna, squadra da sempre competitiva, hanno dovuto fare i conti con i loro fantasmi: dalla rinuncia all’ultimo momento del fenomeno Carlos Alcaraz, all'assenza per scelte discutibili di Davidovich Fokina. Questo ha sicuramente equilibrato la sfida, ma non sminuisce la grandezza del trionfo azzurro, frutto di una coesione inossidabile.
Il primo a scendere in campo in finale è stato Matteo Berrettini. L'ex finalista di Wimbledon è il prototipo del vero leader in Coppa Davis: Matteo non si è limitato a vincere il suo singolare contro Carreno Busta, portando l'Italia sull'1-0, ma ha espresso il suo miglior tennis dimostrando di alzare l'asticella in competizioni di questo tipo, dove il boato del pubblico di casa diventa benzina pura.
Con un perentorio 6-3 6-4 il tennista romano ha messo subito le cose in chiaro, facendo leva sulla soluzione servizio e dritto che tanto paga sul veloce indoor Bolognese, non lasciando mai a Carreno, tennista che in passato ha raggiunto risultati degni di un ex top 10, la possibilità di rialzarsi.
Cobolli, l'epopea romana che chiude la storia
La tensione è poi salita alle stelle con il secondo singolare, un match che è diventato una vera e propria odissea. A prendersi il palcoscenico è stata la sorpresa di queste Finals, Flavio Cobolli.
L'attuale numero 22 del mondo, chiamato a ricoprire un ruolo da protagonista, ha giocato un torneo straordinario e in finale ha dato vita a una battaglia di quasi tre ore di gioco contro il "guerriero iberico" Jaume Munar. Lì, sul campo, il giovane Cobolli ha incarnato la determinazione del gruppo: ha lottato su ogni palla, spremendo ogni riserva di energia fino all'ultimo respiro conquistando la vittoria con un incredibile 7-5 al terzo set.
La sua impresa, il suo "sudore" e il suo cuore, non solo hanno completato il quadro, ma hanno chiuso la contesa sul punteggio secco di 2-0, senza rendere necessario il ricorso al doppio.
Il trionfo di un movimento fiorente
L'Insalatiera è nostra e il merito è di un'Italia che ha scelto il cuore prima di ogni classifica.
Ma questa terza vittoria consecutiva non è un miracolo: è il risultato tangibile e meritato di anni e anni di lavoro costante svolto dai maestri italiani, dai circoli e dalla Federazione Italiana Tennis.
Questa vittoria non parla di astri solitari, bensì celebra l'unione di un gruppo particolarmente coeso, e rimarca il momento d'oro del movimento tennistico italiano, una fase storica mai vissuta prima. È la prova che il sistema tennis Italia è fiorente, capace di garantire successi anche in assenza dei suoi fuoriclasse e di trasformare il talento grezzo, come quello di Cobolli, in campioni capaci di vincere le partite più decisive.
L'Italia ha scelto il cuore prima di ogni classifica, e quel cuore batte forte per l'intero sistema che lo ha formato.
Giorgio Gaudio



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