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ROSSO MALPELO - il rifiuto di Jannik alla Davis Cup 2025

Aggiornamento: 1 giorno fa

“Sinner non si sente italiano”, “Jannik Sinner non conosce la nostra lingua perché in famiglia parlano tedesco”.


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Sono queste le ultime assurde dichiarazioni comparse su alcuni media e sulle bocche di diversi presunti giornalisti sportivi dopo la decisione di Jannik – per molti più austriaco che italiano – di rinunciare alle finali di Coppa Davis.

Quest’anno le finali si disputano nella splendida cornice bolognese, un appuntamento che ricorda per intensità e spirito il mondiale di calcio e che raduna i migliori rappresentanti delle varie nazioni. L’Italia, già vincitrice di due insalatiere negli ultimi tre anni, deve però fare a meno del suo numero uno. Il tennista della Val Pusteria, reduce dalla vittoria alle Finals di Torino, ha infatti scelto di prendersi una pausa per preservare fisico e mente in vista della prossima stagione.

Come se non bastasse, anche Musetti – stremato da un tour de force di quasi due mesi in giro per l’Europa – ha dovuto alzare bandiera bianca, presentandosi sul veloce indoor torinese senza riuscire a esprimere appieno il suo talento.

Tutto questo però a molti appassionati non è andato giù. Perché se nasci a quaranta chilometri dall’Austria, vivi a Montecarlo, non hai l’accento “giusto” e per di più osi dire “no” alla Davis per necessità fisiche e programmazione, allora – secondo alcuni – hai passato il limite.

Allora forse quei giornalisti hanno ragione: forse tu, Sinner, non ti senti davvero uno di noi.

Per me, tutto ciò è semplicemente ridicolo. Perché si deve attaccare lui e non Musetti, che ha preso una decisione analoga per tutelarsi? E soprattutto: davvero possiamo criticare un atleta per il semplice fatto di avere cura del proprio corpo? È davvero possibile legare certi appellativi a un giocatore che ha portato l’Italia sul tetto del mondo?

La risposta è evidente. Sinner non merita alcun patibolo, soprattutto alla luce del percorso che ha compiuto: partito da un paesino di cinquemila anime, trasferitosi giovanissimo alla corte di Piatti a Bordighera, ha dimostrato fin da subito di essere un campione dentro e fuori dal campo.

È il primo tennista italiano a raggiungere il numero uno del ranking mondiale, il primo ad aver sollevato un trofeo del Grande Slam, ma soprattutto è colui che ha riportato l’attenzione sul tennis in un Paese dove per decenni questo sport è stato solo un’ombra della gigantesca presenza del calcio.

Sinner è entrato nel cuore degli italiani non solo per i suoi colpi – il rovescio lungolinea, i pugni che alza guardando il suo angolo – ma per il modo in cui si comporta: l’educazione, la calma, la capacità di gestire pressione e aspettative. Perché Sinner non è solo muscoli e potenza, è testa, tantissima testa.

Prima ancora che atleta, Jannik è un uomo che porta con sé valori solidi quali l’importanza della famiglia, l’umiltà e il sacrificio quotidiano per raggiungere i propri obiettivi. Sono qualità che lo hanno reso un esempio vero per le nuove generazioni, spesso abituate a uno sport fatto di invettive e tensioni, tipiche del calcio.

È proprio questo che rende la sua scelta non solo legittima, ma persino ammirevole: la consapevolezza di fermarsi quando serve, per tornare più forte. Una maturità che non si può mettere in discussione con accuse superficiali o, peggio, identitarie. Perché se c’è qualcuno che ha dimostrato cosa significhi rappresentare l’Italia con orgoglio, quello è proprio Jannik Sinner.

La speranza è che tutto questo chiasso attorno a lui sia solo una fase passeggera, destinata a dissolversi con il tempo, perché è difficile pensare che un Paese intero possa continuare a diffidare di un ragazzo che ha dato – e continua a dare ogni giorno – così tanto al movimento tennistico italiano. Jannik ha acceso una passione nuova, ha portato migliaia di giovani a impugnare una racchetta e ha ridato dignità a uno sport che per anni è stato considerato marginale. Ha fatto tutto ciò con la naturalezza di chi non ha mai chiesto nulla in cambio, se non la possibilità di lavorare in silenzio e crescere.

Per questo è auspicabile che, col passare delle stagioni, le critiche sterili e le insinuazioni sulla sua “italianità” lascino spazio a ciò che davvero conta: l’ammirazione per un atleta straordinario e, soprattutto, il rispetto per un ragazzo che ha rivoluzionato il tennis italiano senza mai perdere l’umiltà.

Se il pubblico saprà guardare oltre i pregiudizi, si accorgerà che Jannik non è solo il numero uno del mondo: è un patrimonio sportivo e umano che merita soltanto sostegno e riconoscenza.

Giorgio Gaudio


 
 
 

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