VITA DA CHALLENGER: intervista a Matteo Colla
- giorgio gaudio
- 2 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Il tennis che vediamo in televisione, quello dei grandi stadi illuminati e dei trofei sollevati sotto una pioggia di coriandoli, è solo la punta di un iceberg immenso e profondo. Sotto quella superficie scintillante fatta di contratti a sei zeri e collaborazioni con i più eleganti marchi di moda esiste un ecosistema pulsante, crudo e incredibilmente affascinante che risponde al nome di circuito Challenger.
Ed è proprio qui che il tennis smette di essere un gioco e diventa una professione a tutti gli effetti, una terra di confine dove il talento puro deve necessariamente scendere a patti con la resilienza. Non è corretto definire questo circuito come un tennis di seconda fascia; la vera differenza infatti risiede nella capacità di gestire la pressione di un ambiente dove ogni singola vittoria può significare il salto verso il tabellone principale di uno Slam e ogni sconfitta rappresenta un ostacolo economico e psicologico da superare.
Inaugurare una rubrica come "Vita da Challenger" significa voler accendere un riflettore su questa faccia del professionismo. È un viaggio necessario per comprendere la fame dei giovani emergenti e la determinazione dei veterani. In questo scenario, il ruolo dei tecnici che operano sul territorio diventa fondamentale, poiché rappresentano le radici su cui cresce l’intero movimento. Per esplorare queste dinamiche, ho scelto di iniziare dal Circolo Tennis Parma, attraverso le parole di un Maestro Nazionale che conosce ogni sfumatura di questo sport: Matteo Colla.

Matteo rappresenta una delle figure più autorevoli del panorama tennistico locale. La sua carriera lo ha visto scalare le classifiche mondiali fino a raggiungere la posizione numero 307 del ranking ATP, un traguardo che testimonia una profonda conoscenza delle dinamiche feroci del tour.
Per lui, il tennis è un’eredità scritta nel DNA: ha iniziato a colpire le prime palline a soli quattro anni, seguendo le orme del nonno e del padre, ed ha trasformato quella che era una passione di famiglia in una missione totalizzante, entrando nel giro della nazionale giovanile già a quattordici anni. Il momento della consapevolezza è arrivato intorno ai sedici anni, con la decisione di abbandonare gli studi per dedicarsi interamente al campo.
La sua è stata una scalata costruita in un'epoca tennistica molto diversa da quella attuale. Prima dei moderni "Futures", esistevano i "Satelliti", circuiti durissimi che obbligavano i giocatori a rimanere nello stesso luogo per un mese intero. Senza grandi sponsor, la carriera di Matteo è dipesa interamente dai sacrifici familiari e dalla sua capacità di autofinanziarsi attraverso i campionati a squadre in giro per l’europa, i cui guadagni venivano sistematicamente reinvestiti nei viaggi. Oltre all'aspetto economico, c'era la sfida delle condizioni ambientali, spesso al limite della sostenibilità. Matteo ricorda con precisione la durezza dei tornei in Asia e in Africa, dove il tennis professionistico mostrava il suo volto più spigoloso. Un intero mese vissuto in Pakistan rimane tra i suoi ricordi più vividi: campi in cemento difficili, cibo di scarsa qualità e una sicurezza che imponeva di non lasciare mai l'hotel se non per andare al circolo.
Eppure, proprio in quel contesto di privazione, il circuito sapeva regalare rapporti umani indissolubili. Per Matteo, uno dei legami più forti nati in quegli anni è quello con Giuseppe Montenet, oggi Maestro Nazionale al Circolo Tennis Castellazzo. Insieme hanno condiviso lo stesso percorso, affrontando le stesse fatiche; un’amicizia cementata dalla polvere dei campi che resiste ancora oggi, testimoniando quanto il tennis sia capace di creare fratellanze che vanno ben oltre il punteggio.
Riflettendo sull'evoluzione del gioco, Matteo offre una disamina lucida: oggi il tennis è dominato dalla potenza a discapito del tocco, rendendo lo spettacolo visivo talvolta meno vario, ma incredibilmente più atletico. La forbice tra i tennisti si è stretta drasticamente perché ora ogni atleta ha a disposizione studi, analisi dei dati e strumenti fisici che prima erano impensabili. Questa evoluzione porta Matteo a elogiare figure come Simone Vagnozzi, di cui riconosce la straordinaria astuzia tattica e professionalità già dai tempi in cui erano avversari in campo. Per Colla, il successo di coach come Vagnozzi è il frutto di una profonda conoscenza del gioco, la stessa che oggi l'Italia celebra ai vertici mondiali grazie a campioni come Sinner e Musetti.
Questa ondata di successi ha travolto positivamente anche Parma, dove le scuole tennis sono sature, anche se Matteo mantiene uno sguardo onesto sul vivaio locale: la strada per costruire un professionista rimane complessa, sebbene brilli la promessa del sedicenne Mantovani. Tuttavia, il percorso di crescita non passa solo attraverso la tecnica; un pilastro spesso problematico è il rapporto tra genitori e figli. Matteo sottolinea come la gestione delle famiglie sia una delle sfide più difficili per un maestro: troppe interferenze da parte di chi non conosce lo sport possono soffocare il talento. La chiave sta nel rispetto dei ruoli.
Il culmine tecnico di Matteo è arrivato nel 2004, ma proprio all'apice un grave infortunio al tendine d’Achille ha cambiato i suoi piani. All'epoca, a trent'anni, ripartire da zero sembrava un'impresa titanica e la sensazione di essere ormai "vecchio" per il circuito lo ha spinto verso l'insegnamento. Oggi, la saturazione di un tempo ha lasciato il posto al desiderio di mettere la propria esperienza a disposizione di chi vuole tentare la scalata. Perché nel Mondo Challenger, come insegna la vita di Matteo Colla, la bellezza del gesto tecnico è solo la metà di una storia scritta con la forza di volontà e la capacità di resistere.
Giorgio Gaudio



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